venerdì 10 maggio 2013

Dal Passatore al Bursôn, a spasso nella pianura romagnola

 

esta breve storia scorre a fianco del fiume Lamone, nella pianura romagnola, a pochi km da Ravenna.

È un viaggio controcorrente che parte dalla foce in prossimità di Punta Alberete, antico bosco idrofilo ancora capace di raccontare questo territorio da sempre in bilico fra terra ed acqua.


Proprio lungo questo sottile confine l'uomo si è sempre appostato per cogliere i doni della natura e, in tempi di grande povertà, cacciare i numerosi volatili migratori in transito dal sud del Mediterraneo verso il Delta del Po.
Antico ausilio alla caccia, il “roccolo” è stato un utile, sebbene idealmente crudele, aiuto alla cattura degli uccelli: una rete circolare sulla quale piante rampicanti si avviluppano per offrire i loro frutti ai malaugurati avventori pennuti.


Chiaramente la vite con le sue forme, e di conseguenza l'uva, aiutano nell'intento, e in questa zona ce n'è sempre stata una davvero ottima al caso: scura, dolcissima, dalla maturazione tardiva, adatta all'appassimento in pianta; oggi si chiama Uva Longanesi, uno dei pochi vitigni a portare il Cognome di colui che l'ha salvata dall'oblio...
Parliamo di Antonio Longanesi, il cui discendente Daniele è degnissimo erede e ancor oggi produttore fra i più rinomati della zona, basti citare il suo curiossisimo “Anemo”, vino rosso passito di stoffa.
Risalendo come promesso il Lamone (oggi lo si può fare sui suoi argini in bicicletta, sfruttando una bella pista ciclabile della quale parlo qui) si giunge dopo un'oretta abbondante di pedalata a Boncellino, paese natio di Stefano Pelloni detto il “Passatore cortese”, citato anche da Giovanni Pascoli nella sua celebre “Romagna”, anche se a leggere le cronache del tempo (vedi il libro di Agide Vandini, “I briganti della palude”, del quale ho raccontato qui) di cortese aveva ben poco, ma che nell'immaginario delle genti romagnole ha sempre rappresentato quell'ideale di libertà ed indipendenza caro a questa sanguigna comunità.

Siamo nel comune di Bagnacavallo, territorio di elezione dell'Uva Longanesi, dove il prodigo Consorzio “Il Bagnacavallo” lavora da anni per valorizzare questo vino.
Diciamo subito che non è facile: il Longanesi, localmente chiamato Bursôn, è un rosso in gioventù molto scontroso, dai tannini arcuati e pungenti al palato, che si ingentiliscono soltanto con un lungo affinamento prima in botte di legno (ormai i produttori locali prediligono i tonneau nuovi), poi in bottiglia.
Si fa ricerca nelle cantine, con prove ripetute negli anni, spesso seguite da un ottimo enologo di Bagnacavallo, Sergio Ragazzini, fino a delineare un profilo che porta alla “codifica” di un packaging comune per i Soci de “Il Bagnacavallo”, ma sopratutto a due prodotti: il capsula blu (più giovane, in parte prodotto con la tecnica della macerazione carbonica, e difficilmente commercializzato prima di 2 anni dalla vendemmia) e il capsula nera (con affinamento di una paio d'anni in botte e altrettanti in bottiglia).


Bene, come vi dicevo il nostro viaggio si ferma qui, a Boncellino, sotto le sponde del Lamone, dove si trova l'Azienda Agricola Zini, ed è proprio a Franco Zini che abbiamo chiesto di raccontarci l'affascinante storia del Bursôn....




Naturalmente la nostra gita in Romagna finisce come sempre a “Casa Fuschini”, dove abbiamo assaggiato per voi il “capsula blu” e il “capsula nera” di Franco...


mercoledì 8 maggio 2013

"Meze" a Casa Morelli

di Manuela Morelli e Mirco Mariotti

Questo post partecipa al contest "A cena con gli Ottomani", bellissima iniziativa che vedrà la sua degna conclusione con una cena a Roma in collaborazione con l'Ambasciata Turca in Italia. Qui troverete tutti i dettagli dell'iniziativa e della serata.
Uno degli aspetti interessanti del contest è che la ricetta che i partecipanti proporranno può contenere un riferimento al caffè, in quanto fu proprio dalla Turchia che il suo utilizzo si diffuse in Europa, come ci racconta in quest'intervista Alberto Trabatti, che gli amici di Blog&Wine conoscono da tempo in quanto Alberto è titolare della nota Torrefazione Penazzi di Ferrara, e tra l'altro, ha tenuto qui sul blog la rubrica "Un chicco di caffè racconta...". 
Inoltre abbiamo proprio scoperto in questi giorni sarà uno dei partner dell'iniziativa e sarà presente con le sue miscele alla cena di Roma!




Ma ora lascio la parola a Manuela che ci condurrà passo passo nell'intrigante mondo della cucina Ottomana; solo due precisazioni: 1) le ricette sono state "riviste" all'uso emiliano, 2) visto l'argomento del blog, abbiamo accompagnato ugualmente il meze con un vino, o meglio, con un enolita, ovvero uno degli utilizzi erboristici di questa bevanda (quello alla melissa è un ottimo digestivo), al fine rispettare il più possibile i costumi delle genti a cui il post è ispirato.


Appena letto l’argomento del contenst ho subito deciso di partecipare perché mi ha permesso di coniugare e riscoprire due mie grandi passioni, che nella vita quotidiana ho dovuto purtroppo mettere un po’ da parte, quella per l’antropologia storica e quella per la storia e la cultura del Medio Oriente. In viaggio, la gastronomia di un paese è parte integrante dei ricordi e delle emozioni che rimangono nella memoria. I profumi, i colori, gli ingredienti rimarranno impressi come gli scenari e i territori attraversati. In particolare ricordo con grande piacere un viaggio in Giordania da me fatto nel 2000, paese che mi ha incantata, ovviamente per i suoi aspetti archeologici e umani, ma sorprendentemente, anche per la sua cucina, frutto di svariate e diverse influenze. Alcuni piatti sono comuni a tutta l’area mediorientale, altri sono propri di alcune regioni giordane, altri ancora derivano dalle tradizioni culinarie proprie dei tanti popoli insediatisi in terra giordana. Gli elementi principali che la caratterizzano sono l’essenzialità dell’alimentazione beduina, la ricchezza delle vicine regioni mediterranee e gli apporti dovuti ai contatti secolari con le popolazioni vicine. 

In molti piatti giordani sono presenti erbe aromatiche come il timo (za’atar), la menta, il coriandolo e il prezzemolo, oltre naturalmente a olio d’oliva, limone, aglio e cipolla. Tra le spezie, prevalgono il cardamomo, il pepe, il cumino, il summaco. Fondamentale anche il tahineh, la pasta di sesamo che costituisce la base di numerose salse da antipasto; la nota aspra di alcuni piatti è frutto dell’aggiunta di succo di melograno (rumman). La cucina ottomana  può essere descritta come la fusione e il raffinamento delle cucine dell'Asia Centrale, del Medio Oriente, del Mediterraneo, del Caucaso e dei Balcani. La cucina turca ha a sua volta influenzato queste cucine e quelle dei Paesi limitrofi, incluse quelle dell'Europa Occidentale. Gli Ottomani hanno saputo fondere le varie tradizioni culinarie presenti sul loro territorio, unendo alcune influenze del Medio Oriente ad elementi tradizionali dell'Asia Centrale. Elemento caratterizzante sia della cucina turca contemporanea (e di tutta la cucina mediorientale) sia della cucina levantina è la tradizione della  Meze o mezze, una selezione di antipasti (per la maggior parte di consistenza cremosa), che sono serviti all'inizio del pasto, prima delle portate principali. Il termine meze deriva dal greco mezés (μεζές), che a sua volta deriva dalla parola turca meze, a sua volta importato dall'omofono persiano (مزه), che ha il significato di "gusto", "sapore", "condimento". Questa parola, comunque, esiste nella terminologia culinaria di tutti i territori appartenuti all'Impero Ottomano. (Se non accompagnata con alcolici, la meza è indicata con la parola araba muqabbilat.). Nella realizzazione della ricetta da noi proprosta abbiamo combinato elementi ed esperienze differenti, per cercare di comprendere il più possibile, attraverso la sua tradizione gastronomica, alcuni aspetti della vita quotidiana delle popolazioni ottomane tentando di creare un Meze che potesse essere consumato da ogni famiglia dell’impero, sia dai ceti medio alti residenti nelle città, sia dai contadini meno abbienti fino (per la mancanza di proteine animali) ai monasteri greco ortodossi.


Meze a casa Morelli, le ricette:


Pane al caffè
Ingredienti

350 g di farina”0”
200 g di acqua
Una bustina di lievito secco
20 g di caffè
Un cucchiaino di polvere di caffè

Far sciogliere il lievito in una ciotola con dell’ acqua appena tiepida. Aggiungere meta’ della farina e iniziare a impastare. Aggiungere la restante farina, l'acqua e il caffè, traferire l’impasto su una spianatoia infarinata e lavorare energicamente fino ad ottenere un panetto morbido ed elastico. Fare una palla con l’impasto, metterlo in una ciotola e far lievitare per 1 ora nel forno spento. Riprendere l’impasto, creare un cilindro di pasta e unire le due estremità dandogli una forma a corona. Cuocere in forno statico preriscaldato a 200 gradi per 40 minuti





Fatayer bi sbanikh all’emiliana

Ingredienti

250 g di farina
25 g di lievito madre
1 cucchiaio di burro fuso
Sale
500 g di spinaci freschi
1 cipolla
1 carota
1 gambo di sedano
2 limoni
1 cucchiaio di saba (mosto cotto)
1 cuccchiaino colmo di miscela di spezie (1 peperoncino secco, paprica dolce, semi di coriandolo, semi di senape nera, chicchi di caffè, pepe nero in grani)

Preparate un impasto con acqua e farina, aggiungete il lievito, aggiustate di sale e lavorate l’impasto energicamente fino ad ottenere una pasta morbida ed elastica. Ungete il panetto con il burro fuso e lasciate riposare per due ore.
Nel frattempo lavate e scolate gli spinaci e riduceteli a striscioline. Tritate il sedano, la cipolla e la carota, soffriggete le verdure in olio ben caldo, poi aggiungete gli spinaci e lasciate cuocere per una decina di minuti. Pestate tutte le spezie nel mortaio fino ad ottenere una polvere sottile. Insaporite gli spinaci con la miscela di spezie, il succo dei limoni e il mosto cotto.
Stendete la pasta con il mattarello, ricavate dei dischetti di 8-10 cm di diametro, sistemate in po’ di farcia di spinaci al centro di ogni dischetto, rialzate tre bordi e sigillateli al centro, in modo da ottenere una piccola piramide a tre lati. Cuocere in forno preriscaldato a 200 gradi per circa 30 minuti


Hommos

Ingredienti

100 g di ceci
50 g di tahinè (salsa di sesamo)
1 spicchio d’aglio
1 limone
1 presa di paprika dolce
1 ciuffo di prezzemolo
Olio extra vergine d’oliva
Sale

Lessate i ceci per circa 1 ora finchè saranno tenerissimi, scolateli e conservate un po’ del liquido di cottura. Quando saranno freddi riduceteli in purè con il mixer. A parte sciogliete il tahinè con il succo del limone e insaporite con l’aglio schiacciato nel mortaio.
Amalgamate tutti gli ingredienti in modo da ottenere una salsa liscia e compatta, aggiungendo eventualmente un po’ del licquido di cottura e regolate di sale. Trasferite l’hommos in una ciotola e con una spatola ricavate un cratere al centro. Spolverate con poca paprika, un po’ di prezzemolo e condite con un filo d’olio.




Salsa di yogurt

100 g di yogurt greco
Foglie di menta
Santoreggia

Mescolate in una ciotola lo yogurt con la menta e la santoreggia tritate e lasciate insaporire nel frigorifero per 1 ora. Servite la salsa ottenuta per accompagnare i fagottini di spinaci
In abbinamento ai piatti abbiamo proposto una Malvasia aromatica di Candia aromatizzata con foglie di melissa.

Fonti:

V. Castellani “Nuvole di drago e granelli di cous cous” Vallardi Ed.


lunedì 7 gennaio 2013

“Dune” il nostro nuovo Fortana

 


Iniziamo il 2013 col botto, sperando sia di buon auspicio…
Serrando i tempi siamo riusciti per la prima volta a preparare una cuveè di Fortana entro novembre, permettendoci così una presa di spuma che ha portato alla nascita di “Dune”, Fortana dell’Emilia IGT frizzante 2012.
“Dune” vuol essere un omaggio a ciò che non tornerà più, ovvero al paesaggio costiero del Delta del Po ferrarese prima della nascita dei Lidi di Comacchio


In quegli anni, oltre alle dune di sabbia sulla linea di costa, esistevano altre grandi dune formate dal regime dei venti, delle quali oggi rimane soltanto il ricordo con gli ultimi baluardi della “Duna della Puia”, dentro la quale si trova il nostro vigneto. 


L’etichetta di “Dune”, disegnata dal bravo Marco Pilani (vedi Maroso), è quindi un’immagine onirica, nella quale una rosa stilizzata è il sole i cui raggi proteggono un ambiente incontaminato sul quale sta calando la notte…

“Dune” è distribuito in Italia da “Proposta Vini” e verrà presentato ufficialmente il 21 gennaio presso l’Hotel Tower di Bussolengo (VR) nel corso del meeting del distributore trentino, per maggiori informazioni sull’evento: info@propostavini.com

 

sabato 3 novembre 2012

Chiamami SabiNe, sarò la tua birra…





Antefatto: correva l’anno del Signore 2008, il luogo era il Palazzo Ducale di Genova, il giorno l’ giugno, l’evento Terroir Vino. Ad un gruppo informale presentai un esperimento brassicolo rudimentale, realizzato con un kit Mild di Mr.Malt ed un ingrediente a mio avviso rivoluzionario: la Saba!
Subito fui smontato dai ragazzi di Fermento Birra, che mi dissero che una birra al mosto cotto esisteva già, è la BB10 del Birrificio sardo Barley. Senza pudore li contatto per chiedere loro se mi insegnano a produrla, ricevendo un cordiale diniego. Non mi arrendo, continuo a rimuginarci su, mi informo, chiedo lumi anche a Teo Musso, incontrato alla Scorticata dei Sapori, bellissima manifestazione in quel di Torriana, in provincia di Rimini, finchè non apre il primo Birrificio ferrarese, il BiRen di Dosso, proprio di fronte al Museo Lamborghini

Iniziano le trattative con il titolare, Andrea Govoni: i primi contatti, il primo esperimento, l’infortunio di Andrea che lo tiene lontano dal lavoro per oltre 6 mesi, ma finalmente abbiamo quagliato!
Nasce “SabiNe”, la birra alla Saba, che verrà commercializzata nei prossimi mesi.
Perché Sabine? Perché dovete saper che tutte le birre del BiRen hanno un nome di persona, e Sabine è dedicata a Sabine Weyermann, fornitrice del BiRen, e poi, diciamolo, l’assonanza è perfetta!
Sabine è una birra ad alta fermentazione, fermentata a secco con lieviti belgi e sviluppa una percentuale d’alcol di circa il 9,5%. Va sorseggiata non troppo fredda, ed è ideale per l’abbinamento con il cibo…
SabiNe debutterà domani nel corso della seconda edizione di “Salumi in Villa” a Mogliano Veneto (TV).

lunedì 8 ottobre 2012

Il Pancotto Ferarese





Questo post partecipa al contest “Io non mangio da solo” organizzato da Virginia Portioli del blog "Lo spilucchino", in collaborazione con ProgettoMondo Mlal, Ong operante in Africa e America Latina dove in 45 di attività ha realizzato oltre 400 progetti.

‘Assicurare un’alimentazione adeguata al neonato e alla sua mamma, promuovere la distribuzione di almeno un pasto al giorno nelle scuole, sostenere programmi di sicurezza alimentare, di accesso all’acqua potabile e di gestione delle risorse naturali, sono gli obiettivi della campagna "IO NON MANGIO DA SOLO"

Protagonista di questo contest è l’alimento più emblematico, il pane.

Abbiamo già affrontato in passato nel nostro blog il tema del pane, forse perché ciò che lo accomuna al vino è la reazione fondamentale che avviene tanto nel mosto che si trasforma, quanto nella pasta che lievita.

Tale reazione è quella principale della fermentazione alcolica effettuata dai lieviti, ovvero la trasformazione degli zuccheri semplici in alcol etilico, anidride carbonica (il gas che fa appunto lievitare la pasta) e calore, e  che viene riassunta dalla seguente formulazione chimica:


Ma ci piace di più pensare che questo legame sia dovuto al fatto che a Ferrara c’è il pane più buon del mondo, e non siamo solo noi Ferraresi a dirlo!

Chi infatti non conosce la “Coppia ferrarese” ottenuta dall’unione di due lunghi crostini ritorti?

Pensate che le regole per produrre il “pane ritorto” risalgono a diversi secoli fa, al tempo del Ducato Estense, ma non voglio senz’altro tediarvi, nel caso voleste, potete trovare maggiori informazioni qui.

La ricetta di cui vogliamo però parlarvi è un ricordo dei nostri nonni, legato alla tradizione delle nostre campagne e soprattutto all’abilità delle massaie, chiamate da queste parti azdore, di realizzare con pochi ed economici ingredienti un pasto gustoso e sufficientemente equilibrato.
Per fare questo abbiamo realizzato una fotoricetta che speriamo sia esaustiva e facile da riprodurre: il nome del piatto è Pancotto ferrarese, e il risultato finale è una sorta di sformato che viene preparato semplicemente con pane raffermo sbriciolato e brodo di pollo…



Ingredienti per 4 persone:

-          2 “Coppie ferraresi” di qualche giorno
-          1 rametto di rosmarino fresco
-          1 cucchiaino di santoreggia essiccata
-          1 litro di brodo di pollo, preparato con attenzione, mi raccomando
-          1 cucchiaio di Parmigiano Reggiano grattugiato

Esecuzione:

spezzettare il pane raffermo in una padella antiaderente abbastanza capiente e ricoprirlo con il brodo tiepido (per insaporire abbiamo aggiunto gli aghetti di rosmarino e la santoreggia). 

 
Lasciare il pane ad ammollare per circa 30 minuti o finchè non avrà assorbito metà del liquido, quindi accendere il fuoco a fiamma bassa e lasciar sobbollire per circa 2 ore, SENZA MESCOLARE! In questo modo, infatti, si formerà sul fondo della padella una crosticina sottile e croccante (come accade per esempio nella preparazione del chelo iraniano). 



A questo punto il Pancotto sarebbe pronto da consumare, ma noi l’abbiamo rivisitato per renderlo maggiormente appetibile, trasferendo la parte morbida in un piatto, mentre  la crosticina l’abbiamo utilizzata per foderare una cocotte, che infine viene riempita con il contenuto della ciotola.





Abbiamo spolverizzato il tutto con il Parmigiano e infornato 15 minuti a 200 °C in forno ventilato preriscaldato.


Grazie come sempre a Manu e alle ricette della nonna!

venerdì 17 agosto 2012

Wine Gallery: la vigna zen


I raggi rossi dell'alba annullavano gradatamente l'oscurità della notte, scoprendo le forme dei filari del vigneto del monastero.
Le gocce di rugiada correvano sulle verdi foglie delle piante, come le lacrime scendenvano placide sul volto del Maestro, che osservando quella scena ricordò i suoi Avi.
Lesto si diresse alla preghiera del mattino.

giovedì 16 agosto 2012

Wine Gallery: l'album dei ricordi, vendemmia 2012



Ecco, ci sono immagini che appartegono di diritto all'album dei ricordi, perchè oltre a fissare una data, cristallizzano una situazione fatta di persone, azioni ed oggetti, una piccola alchimia percepita in diretta, che si va ad incastonare in un punto preciso della parabola delle nostre esperienze, e che per questo non ritornerà mai più.

mercoledì 16 maggio 2012

Golf in cantina...

Torna una produzione CLab, come sempre il protagonista è il baldo Sommelier Alessio Fuschini, che, suo malgrado, sta cercando di diventare un provetto golfista, vedremo...
Intanto vi lascio a questo video, che partecipa al concorso Hole in all, votate please, qui.